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I SENSE esplorano con troppa razionalità le proprie ORIGINS (Album)

Una foto promozionale dei Sense.
Una foto promozionale dei Sense.

La recensione di oggi riguarda il primo lavoro in studio dei Sense, dal nome “Origins”. La band palermitana, capitanata da Emile Sangiorgi per voce e chitarra, si presenta al pubblico con un album di undici tracce dalle sonorità nostalgiche. Nonostante non sia un appassionato del genere, il disco scorre più che piacevolmente, facendo scorrere con facilità i suoi 40 minuti di ascolto.

La band, nata solo nel 2017, dimostra un forte attaccamento ai generi brit rock e new wave degli anni ’80, specialmente nelle sonorità e negli assoli delle chitarre di Ugo Sortino. Mentre sono proprio le percussioni di Roberto Bruno, accompagnate dalle linee melodiche di basso di Giulio Natalello, a essere la nota che rende riconoscibile la band.

Entrando più nel dettaglio, le undici tracce di “Origins” sono organizzate secondo i principi dell’alternanza e della variazione. A partire dai suoni pacati di “Runway”, che richiamano celebri brani della storia della musica come “Hey you” dei Pink Floyd, fino a tracce più complesse, che valorizzano il talento della band. Menzione speciale per “Lapse of care”, che rompe gli schemi con chitarre più ritmate e potenti, con una linea di basso presente dall’inizio alla fine.

Quando ti viene proposto il lavoro di una band come i Sense, e ti trovi tra le mani “Origins” ti aspetti tutt’altro.

Sono rimasto decisamente colpito, inoltre, dalla scelta dei nomi dei brani, che meriterebbero di esistere anche senza musica. Parlo di titoli come “Dancing with the Grim Reaper” e “A Jesus on the road”. Come si dice? Se vuoi incantare qualcuno, prendilo per la gola, e questi titoli fanno davvero venire l’acquolina. Anche se a volte il brano non è all’altezza delle aspettative.

Purtroppo è giunto il momento dell’amara parte negativa delle recensione che, ahimé, non può mancare quando si parla di lavori del genere. Che i Sense non siano novellini della musica lo abbiamo capito, ma forse la band ha ancora lavoro da fare. La giovane età del gruppo traspare dai paletti che sembra si siano autoimposti.

Le limitazioni nella fantasia della strutture e nella scelta dei tempi rendono il lavoro poco dinamico. E diventano veri e propri freni nel momento in cui, nonostante il potenziale decisamente alto, “Origins” non prende vita. E viene relegato a un mondo che forse non è il suo, adatto solo all’ascoltatore più nostalgico.

Quando ti viene proposto il lavoro di una band come i Sense, e ti trovi tra le mani “Origins” ti aspetti tutt’altro. Ti aspetti il caos, ti aspetti dei suoni poco amalgamati. O che addirittura i componenti della band facciano a gara per accaparrarsi il volume più alto. Qui è l’esatto opposto, ti trovi di fronte ad un disco fin troppo organizzato, ricco di ottimo materiale e di talento. L’unico consiglio, che non mi sarei mai aspettato di dare è: ragazzi, usate più impulsività e meno cervello!

 

SENSE

ORIGINS

30 agosto 2018

Autoprodotto

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